Badante Naìma

di afasia

Badante Naìma era un badante fuori corso e forse improvvisata; solitamente argomentava le sue cosce, signore cosce, sotto uno scottish/plaid che taluni si ostinano a chiamare coltre, forse per una coraggiosa assonanza con poltre, e di lì giù – seduta sul divano – accudiva la su’ sorella, una birbantella influenzata neoventicinquenne in erba (seppure non sia il caso, di quei paraggi, evocare l’erba, le foglie e le piante: specie quelle che si son godute wattora su wattora di viròla a bajonetta).

Badante Naìma marinava il porto per badare la su’ sorella neoventicinquenne, e meglio ci badava con un libro dei suoi, un camillerisinemontalbano oppure un dostoieschi spropositato nella neve fradicia, con quelle musichette di sottofondo, quelle sonatine a croizer o quei piccoli valzer viennesi tanto consueti nella biscaglia o nell’occitania.

Badante Naìma amava due cose su tutte, il colore del grano nel mese di agosto (triticum aestivum) e la pioggerella sul Lungarno degli Archibugieri; diversamente, tre cose poco le garbavano: alcune antologie lussureggianti di quell’ortonominato fottuto di Pessoa (pur avendo una spassionata simpatia per la signora Pessoa), gli aperitivi manchevoli di olivandòss, le ganze coccoveggianti e il gioco della tòmbola (lo so, sono quattro cose, ma un paio sono della stessa specie).

Badante Naìma, smessi i panni di badante, potevi riassumerla in tre consonanti e vederla – nel suo sorriso di perla – seduta in un caffè del mare con le sòlite compagne del destino: Dèola la pensierosa, Alice la cartara e Dorothy la skansata; ragazzi, mai visto quattro naiadi betrinkarsi a quel modo la più santa delle biciclette – e poi vellicarsi una nocca con le labbra – e quindi ascoltare il profumo residuale della salsèdine di settentrione. Eh lo so, si va sul difficile…

Badante Naìma, un bel pomeriggio cazzeggiante, mentre si canticchiava un vecchio pezzo degli smiths, si trovò tra le mani delle deludentissime fotografie e nel breve volgere d’un règolo da tre (quello verde?) ripensò a talune sue vicende ambigue o equivoche, forse virtuali, e si pensò – decisamente – che le parole più divertenti sono quelle da ascoltare sottobraccio.

Quel pomeriggio Badante Naìma valutò meglio l’indaco di certe sedie e spiegata la sua coltre di vigogna portò un risolatte alla su’ sorella neoventicinquenne.

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