Svegliatevi!

Il mio sogno ricorrente è quello di portare un piccolo testimone di geova ad una festa di compleanno e costringerlo ad assaggiare una fetta di torta sotto lo sguardo asseverante di una ranista della ddr. Lo so, potrei fare di meglio, tipo obbligarlo a subire una trasfusione di preziosissimo zeronegativo o elencargli le 14 regole di rambam, dove peraltro la parola pandispagna non compare mai: ma provateci voi a disattendere gli ordini di una teutonica cazzutamente androgina e stracotta di turinabol.

Per quanto possa compellere le mie spugnose meningi mi sfuggono i plausibili moventi di questo bislacco divieto religioso; a meno che tu – imberbe pàrgolo munito di fermacravatta e proselitismo – non abbia tremendamente in culo buddy valastro, françois fatel e la lobby dei produttori di candeline.

Oppure vendola.

Pare che la proibizione origini da un paio di precedenti biblici: l’impiccagione del capo dei panettieri nel natalizio del faraone (genesi40) e la decapitazione del battista nel compleanno di erode (matteo14). Tralasciando come dai menzionati episodi siano derivati due inarrivabili capolavori, e cioè la focaccia olio e sale e la decollazione del caravaggio, resta oscuro qualsiasi nesso tra i citati avvenimenti storici e una millefoglie panna chantilly e gormiti.

Quindi non può che trattarsi di superstizione.

Se nelle scritture si evocano due soli compleanni e puntualmente ci scappa il morto, non sarà che parteciparvi porti sfiga? E per quanto siano scarse le probabilità che la festa del tuo compagno di banco degeneri nei bagordi d’un tetrarca dove si liba dai calici, si spìccano acini e si assecondano figliastre mignotte, sarà meglio declinare l’invito.

In fin dei conti, è solo una pallosa congrega di piagnucolosi infanti e mamme gracchianti tra palloni gonfiabili, sale multiuso e pizzette al microonde. E la grana che ogni famiglia di testimoni di geova annualmente risparmia in regali di compleanno può agevolmente finanziare le 42.180.000 copie bisettimanali della torre di guardia.

Che raramente s’intona con la cravatta prêt-à-porter dello zelante e mocassinato evangelizzatore. O con la sacca di plasma che ti para il culo da una iatrogènesi.

“Signor Elia, abbiamo una notizia buona ed una cattiva: la chemio a cui l’abbiamo sottoposta le ha salvato le chiappe da quell’incipiente melanoma; la terapia radiante, però, ha generato una lieve anemia risolvibile con qualche trasfusione”.

“Se qualcuno della casa d’israele mangia di qualsiasi genere di sangue, io volgerò la mia faccia contro quel tale che mangia del sangue e lo sterminerò di mezzo al suo popolo”.

“La cattiva è che è un coglione”.

E così, migliaia di anni vòlti a decostruire e decontestualizzare la scrittura dall’inevitabile corruzione orale, a decodificare l’intertesto secondo rigorosi criteri polisemici, a dare un èsito razionale ad ogni cazzata sparata da un rovo ardente al depravato di turno, si annullano nel ripetuto scampanellìo del rompicazzo domenicale che alle sette antemeridiane vuole urgentemente significarmi l’imminente fine dei tempi interrompendo i miei sogni proprio mentre il piccolo chiede una terza fetta alla ranista avviandosi a una vita dissoluta.

Per quanto mi riguarda, se dovessi prendere alla lettera ogni precetto religioso dovrei accostarmi all’ultimo spassoso anal di alexis texas con lo stesso trasporto di un embrione crioconservato dalla binetti nel frigo dei teletubbies e inaspettatamente coinvolto in una metafora sull’ultimo spassoso anal di alexis texas. Con vivo entusiasmo.

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